Sergio Sylvestre e il “Butterfly effect”

sergio sylvestre

Abbiamo scritto solo qualche giorno fa del perché l’omicidio di George Floyd non avrebbe cambiato il mondo, come invece si auspicava, ed eccoci a poche ore di distanza ad averne una triste conferma.

La prima doverosa premessa da fare, è che fino all’altro ieri di Sergio Sylvestre non importava niente a nessuno.

Probabilmente in tantissimi neanche avevano idea di chi fosse e in tanti saranno già tornati a non saperlo. Mi sono affezionato al grafico delle ricerche di tendenza su Google, ed eccolo, come per il caso Silvia Romano, a darmi purtroppo ragione.

sergio sylvestre
Tendenza delle ricerche Google per la dicitura “Sergio Sylvestre” negli ultimi 7 giorni

Personalmente, non seguo minimamente Sergio Sylvestre e credo di non conoscere o ricordare nessuna sua canzone. Ricordo solo che una volta ho trovato un suo disco nel lettore CD dell’auto della mia ragazza, perché quello che gliela aveva venduta se l’era dimenticato lì dentro. Così in un viaggio di un’oretta, essendo l’unico CD a disposizione, ho ascoltato qualche canzone a caso.

Questo breve aneddoto serve solo per farti capire che non sono suo fan, cosa che potrebbe non rendere obiettiva la stesura (ma neanche la lettura) di questo articolo.

Per quei pochi che non hanno seguito la vicenda, il cantante Sergio Sylvestre era stato invitato a cantare l’inno nazionale per la finale di Coppa Italia, di fronte ad uno stadio totalmente vuoto, e colto dall’emozione, si è impappinato per un attimo, gettandosi involontariamente in pasto ai leoni internauti e ai vari opinionisti della domenica.

C’è stata più risonanza per questo episodio che per il risultato della partita stessa e per i festeggiamenti sregolati del dopo-vittoria del Napoli.

Neanche a dirlo, io che non seguo il calcio e neanche sapevo che si fosse deciso di disputare la finale di Coppa Italia, posso affermare con certezza, a giudicare dal grafico sopra, che la partita si sia giocata la sera del 17/06.

A noi non piace cavalcare l’algoritmo della SEO e quindi tiriamo fuori l’articolo con qualche giorno di ritardo, quando l’interesse, ovviamente, è già sparito.

In Italia

sergio sylvestre

Il nostro paese ha la capacità di integrare mille particolarità, che in un attimo passano dal mare alla montagna, fino alle decine di dialetti ed agli usi e costumi che a volte non sembrano avere niente in comune, nonostante ci si sposti solo di pochi chilometri.

Se chiedi in giro ti diranno che al contempo funziona tutto e niente. Molte sono le cose che ci piacciono, così come sono altrettante sono quelle che vorremmo sparissero domattina.

Chi non ha avuto mai a che fare con l’Italia non potrebbe capire, ma per noi che viviamo qui tutto è estremamente chiaro, limpido, cristallino e induce in noi un’amnesia da cui ci svegliamo di soprassalto solo quando ormai le conseguenze sono irrimediabili.

C’è poco da fare, ci piace il moderno, guardiamo agli altri paesi con curiosità e talvolta con ammirazione, ma le nostre radici prepotentemente ci ancorano e ci trattengono in maniera talmente ormai confortevole da non permetterci cambiamenti repentini.

Abbiamo bisogno dei nostri tempi, dei nostri punti fermi, di quei riferimenti, che sembrano star lì a guardarci da lontano, con quel ghignetto in viso di chi sa che, a non ricordarci di loro, ci porteranno inevitabilmente all’ennesima figura di merda.

E puntualmente va proprio così. Puntiamo all’innovazione? Puntiamo al colpo di scena o a cogliere l’occasione per far parlare di noi sotto una luce diversa? Lo scivolone è dietro l’angolo.

E così è stato qualche sera fa in occasione della finale di Coppa Italia. Ormai chi ci legge dal giorno uno sa che, pur avendo trattato argomenti che con molta facilità dividono l’opinione pubblica, non è nelle nostre corde schierarci.

E sa che il tratto distintivo di Pensieri Scomodi è quello di dire la propria senza giudicare e così vogliamo continuare a fare.

Non si tratta di non assumersi la responsabilità di ciò che si scrive. Riteniamo sia più importante avere una propria opinione piuttosto che seguire quella dei più e, tornando al punto del discorso, non ci interessa dare la colpa di cosa a taluno o a talaltro.

Quello che fa riflettere la redazione di pensieriscomodi.it è il messaggio, peraltro lodevole, che si voleva trasmettere e che, ahinoi, non ha trovato emittenti all’altezza.

È ovvio e fin troppo facile, col senno di poi, puntare il dito sull’esecutore finale che ha dimenticato una strofa o le parole di qualcosa di così sacro come il nostro inno nazionale.

Ma la cosa non deve distrarre, come invece ha fatto, da quello che invece dovrebbe farci fermare per un attimo a pensare.

Sergio Sylvestre è stato forse l’unico a capire cosa gli venisse chiesto e a sentirsi addosso il peso di quello che stava accadendo, di quello che in quel momento avrebbe dovuto rappresentare.

E non ha retto la pressione, complice anche una mancata capacità di reprimere le emozioni. Una capacità difficilmente allenabile.

sergio sylvestre

Sergio Sylvestre si è trovato di fronte ad un allineamento di pianeti e ad una congiunzione astrale tale da richiedergli di trasformarsi, dalla mattina alla sera, in un simbolo.

Un simbolo dell’Italia che sta cercando di uscire a testa alta dalla lotta contro il coronavirus. E in contemporanea un simbolo della lotta al razzismo che sta avvenendo in America per l’omicidio di George Floyd.

Effettivamente, se ci pensi bene, difficilmente avrebbero scelto lui se non fosse accaduto quest’ultimo fatto. E difficilmente avrebbe sbagliato se lo stadio non fosse stato vuoto o se non avesse avuto la pressione addosso di dover rappresentare tutto questo.

Ma non è stato tanto lo stadio vuoto, il dover interpretare l’inno nazionale, o il pugno chiuso alla fine della prestazione che lo hanno messo in crisi. Bisogna posizionare tutto questo al centro del momento storico.

Chi fino a qualche giorno prima scriveva Giustizia per Floyd o Black lives matter, non ha esitato un secondo a pubblicare o pensare Ma un’altro non c’era per cantare?

Questo è il problema e, soprattutto, anche questo è razzismo. Altri hanno detto che vogliamo fare cose come si fa al Super Bowl, ma che non ne siamo capaci.

Sono gli stessi che applaudono cantanti di caratura internazionale che fanno show epici negli intervalli del football americano, ma che di americano hanno ben poco, a giudicare dal loro passaporto.

E allora come funziona? Te lo dico con una parola: NIMBY.

Sergio Sylvestre è statunitense ed in quella sera nello specifico era lì non solo a cantare il nostro inno, ma anche a simboleggiare un’unione (non avvenuta) tanto invocata. Diverso colore di pelle, diverse origini, diverso livello di integrazione, ma che avremmo dovuto apprezzare per il messaggio che si è provato a trasmettere. Noi non saremmo comunque stati pronti a recepirlo anche se la performance fosse stata impeccabile. Sarebbe stato meglio cogliere certe sfumature ed apprezzare lo sforzo, ma cresciamo con i voti che ci mettono gli altri e non aspettiamo altro che giunga il nostro momento di ricambiare.

Continuiamo ad additare il diverso, ad etichettarlo ed a ghettizzarlo e nello stesso tempo ci scagliamo contro chi addita, etichetta e ghettizza.

É più facile essere da una parte o dall’altra che avere una propria idea, lo abbiamo appena detto, eppure sembra che tutto non faccia altro che andare in questo modo: o\o, aut\aut, bianco o nero (hai mai riflettuto su questo curioso modo di dire?) e quindi paradiso o inferno.

Non possiamo controllare tutto, anzi, quello che siamo in grado di controllare è una parte risicata di tutto il processo e, guarda un po’, le cose capitano.

Così come è capitato che Sergio Sylvestre sbagliasse una strofa o dimenticasse un verso o una parola.

Anche se noi non siamo più abituati all’imprevisto in tv perché le dirette televisive sono sempre meno, è proprio quella sfumatura che ci dovrebbe portare a guardare con occhi diversi gli avvicendamenti che in questo 2020 si stanno susseguendo uno dietro l’altro.

Può capitare che vincere Amici nel 2015 ti porti a trovarti di sbagliare una strofa di un inno nazionale ad una finale di coppa (manco fosse stato cantato ad un mondiale, dove peraltro capita spesso che sbaglino ad abbinare perfino inno e nazione di appartenenza).

In un anno in cui neanche si sarebbe dovuta disputare (basti guardare cosa è successo dopo con i festeggiamenti).

In un anno in cui un virus può mettere tutto in discussione ed un uomo di colore ucciso può mettere in discussione l’esistenza di un’istituzione come la polizia americana.

Ricordiamoci di quello che non va per impegnarci a cambiarlo. Soprattutto ricordiamoci che un battito di ali di una farfalla in uno stadio italiano potrebbe per un attimo renderci partecipi di un ciclone in America, ma non alle Hawaii questa volta.

Fabio.

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