Il secchione e l’anticonformista

secchione

Anche tu, come tutti, avrai avuto in classe il secchione. È buffa come definizione se ti fermi a riflettere perché in senso immaginario la parola dà l’idea di un grande secchio, di un contenitore di misura eccezionale, insomma di qualcosa che ha la capacità di contenere più del suo rispettivo di normali dimensioni.

Tutto lascia pensare ad una mente più reattiva e ad un soggetto più incline ad apprendere, ma spesso, andando a scavare un po’ di più nel profilo dell’interessato, potremmo rimanere sorpresi dal fatto che tanto sapere va di pari passo con un tempo dedicato allo studio superiore rispetto a quello degli altri.

In questo mondo dove onesto rima con modesto

In effetti il cardine della questione è tutto qui. La figura del secchione è tale perché da sfondo gli fa la media costituita dagli altri che non sono allo stesso livello. Vuoi per impegno, vuoi per dedizione, vuoi perché proprio non gli riesce, ma il complesso è di gran lunga più omogeneo rispetto alle capacità eccelse del secchione.

Qui potremmo dividere il discorso da un punto di vista anche di psicologia della folla e delle masse e sarebbe davvero interessante analizzare la questione tirando in mezzo alcuni punti di vista che per certi versi cozzano con l’immagine del secchione, ma il loro approfondimento esaustivo richiederebbe un articolo a sé stante, pertanto vorrei analizzare solo un punto che più di altri stride con il comune sentire.

La (anti)conformità con il gruppo

anticonformista

Da sempre è dato per risaputo e testato che nel gruppo, la tendenza è quella a conformarsi ad un sentire uniforme, ad un allinearsi a quella che è stata definita in più occasioni una coscienza collettiva che ci fa agire in modi che altrimenti singolarmente non avremmo mai pensato di seguire.

Questo però non avviene con il secchione. Anzi, di contro, egli sembra godere del suo status e non ci pensa nemmeno a comportarsi diversamente.

Ti sarà capitato invece di ricordare che in qualche occasione non si sarà neanche abbassato a condividere con altri ciò che lui conosce, non permettendo così a qualcuno di concludere un compito in classe in maniera sufficiente o di rispondere ad un’ultima domanda durante quella interrogazione.

Insomma non solo non si amalgama, ma si sforza per mantenere una sua identità distinta dagli altri.

Ora però la questione si snoda su un aspetto che ti chiede di prendere posizione e dipende se per tua natura vedi le cose come prodotto di esse stesse o dell’ambiente che le circonda.

Faccio chiarezza con un paio di esempi. Immagina di essere a scuola/università o ad un corso di perfezionamento/aggiornamento, in cui non c’è un solo elemento con una media alta, diciamo dell’otto, e gli altri hanno quella del sei; ma la situazione è esattamente contraria: tutti con media alta e solo qualcuno al di sotto.

Potresti ancora parlare di qualcuno come di un secchione? Potresti riuscire ad individuarlo nel gruppo?

Allora potrei quasi affermare che il secchione è un prodotto dell’ambiente di riferimento.

Ma questo sminuirebbe di certo l’immagine che ha di sé stesso colui che è dedito allo studio ed alla conoscenza al di sopra di quanto in realtà l’ambiente che lo circonda non lo stimoli a fare.

Quindi se da un lato abbiamo un ambiente che lo definisce, ovvero quello che è composto da persone mediamente meno inclini, dall’altro abbiamo la sua distinzione dallo stesso ambiente che in realtà ne sottolinea la presenza, come se si trattasse di un corpo estraneo che non gli appartiene.

In questo scenario il punto di vista dell’osservatore è indubbiamente fautore di un’accezione più o meno positiva della secchionaggine.

Quello che ha sempre determinato un avanzamento nell’umanità è la volontà di emergere, di distinguersi, di non rimanere invischiati in quello che ci circonda. Se nessuno avesse pensato fuori dagli schemi, se nessuno si fosse chiesto cosa c’era oltre quello che si può vedere, insomma se tutti ci fossimo accontentati, non staremmo qui neanche a parlarne.

Questione di aspettative

aspettative

Quindi non possiamo di certo biasimare chi ha voglia di fare. Possiamo però cercare di capire empaticamente cosa dà il via a certi processi. Cosa si innesca nella mente di chi cerca di utilizzare tutti gli strumenti che gli vengono forniti, al meglio delle loro possibilità.

Potremmo allora parlare di aspettative. Di ciò che ognuno di noi si aspetti che l’altro faccia come reazione all’interazione con gli altri. Se io faccio il mio, mi aspetto che anche tu faccia il tuo. Questo semplificando un’aspettativa.

Ti sembra sbagliato come ragionamento? Ti sarai ritrovato in una prospettiva simile praticando sport, magari di squadra: ognuno fa il suo, è un dovere.

Il professore viene in classe ad insegnare e si aspetta che gli studenti studino; il mister programma allenamenti e tattiche e si aspetta che la squadra le applichi con risultati soddisfacenti; il capo detta una linea da seguire e si aspetta che i suoi dipendenti la rispettino perché si è prefissato un obiettivo. Certo a guardare bene, così tutto ha un senso.

Il tuo compagno di scuola o di squadra o collega di lavoro, si impegna tanto poiché si aspetta che da tutto il tempo e le risorse dedicate ad un determinato perseguimento di un traguardo, ne ottenga i benefici che si è preposto. E a dirla tutta non capisce perché gli altri non la vedano come lui e sprechino il loro tempo in quel modo.

Se fare una cosa e farla bene o male richiede lo stesso tempo, perché rovinare tutto? Perché non è o bianco o nero, ecco perché. Perché al giorno d’oggi ci ricordiamo sempre dei diritti, ma mai dei doveri. Ed allora questo e quello ci è dovuto senza che però a noi sia chiesto di assumerci delle responsabilità.

Anzi ce ne guardiamo bene e non vediamo l’ora di trovare qualcuno a cui delegare queste responsabilità, qualcuno a cui scaricare addosso tutti i nostri fallimenti, perché non siamo responsabili neanche di quelli, non sia mai.

E così ci ritroviamo a seguire la massa, ad essere la massa, quella che nella classe che frequentate (scolastica, lavorativa o sociale) definisce la media.

Allora giù a dar retta ai numeri perché quelli non mentono: il film più visto, il tormentone dell’estate, il vestito più alla moda, il modello di auto più venduta, l’articolo più letto o la notizia più condivisa. Che poi ciò sia falso o vero, che ci rappresenti o meno non importa, se lo fanno tutti! E ci perdiamo il meglio come quando si traduce.

Ma questo il secchione lo sa, lo sapeva quando andavamo a scuola e forse, ad averlo capito prima, lo avremmo tenuto in considerazione, diventando magari un po’ più secchioni anche noi. Lo avremmo fatto per noi, per ritrovarci ad avere un’identità non definita dall’ambiente in cui viviamo ed una forza che potrà servirci un domani per non piegarci ad idee ed aspettative di altri.

Fabio.

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