Perché l’omicidio Floyd non cambierà il mondo

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Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Così recitava Tyler Durden (Brad Pitt) in Fight Club. Il film uscì nel 1999 e nel frattempo abbiamo fronteggiato: una crisi economia, due recessioni, svariati attacchi terroristici, una recente pandemia mondiale.

Sembra che da allora, per chi volesse trovarne, di scopi ne siano usciti a bizzeffe.

Una cosa però non è mai cambiata in decine di anni, e lo profetizzava 2Pac nel 1998 nella canzone Changes quando rappava “I see no changes all I see is racist faces”.

L’ultimo omicidio razziale, che ha scosso e mobilitato l’opinione pubblica dell’America, è stato quello di George Floyd.

La discriminazione razziale in America ha una storia molto differente dalla nostra e molto più sentita. Basti guardare quanto è lunga la pagina wikipedia sul razzismo in America, e magari confrontarla con la lunghezza della pagina sul razzismo in Italia. E stiamo parlando della versione in italiano. In quella inglese il divario è ancora più estremo. Giusto per rendersi conto.

L’America è capace da sempre di possedere un menefreghismo esemplare su certe questioni, ma un coinvolgimento altrettanto esemplare per altre.

Ti lasciamo qui sotto il video che mostra come George Floyd sia stato ucciso dal poliziotto, ma ti avvisiamo che contiene immagini forti e violente, per cui ne sconsigliamo la visione a un pubblico sensibile o facilmente impressionabile.

Le proteste in piazza

Certo, penserai che almeno gli americani hanno le pal** di scendere in piazza e protestare!

Le rivolte, le dimostrazioni, i sit in, le proteste hanno indubbiamente la capacità di sottolineare il problema, ma non quella di essere veicoli di innovazioni, quando violente.

E questo sembrano averlo acquisito in ultima istanza. Se è vero che la violenza genera violenza, allora bisogna averne un’accettazione tale sia quando si cavalca l’azione che la reazione.

E poi noi abbiamo i gilet arancioni a manifestare in piazza, di cosa vogliamo lamentarci! Oggi siamo in vena di video, per cui ti lasciamo qui sotto il discorso, divenuto virale, di un’attivista.

Questo non contiene immagini violente, ma dobbiamo avvisarti che potrebbe bruciarti qualche neurone.

Lo slogan #blacklivesmatter

Che quella del poliziotto contro Floyd sia stata un’azione eccessiva non vi è alcun dubbio, così come non ci sono, anzi non dovrebbero esserci, tentennamenti nell’essere in disaccordo con chi cavalca l’onda dello smantellamento della polizia.

Insomma, richiamando uno stampo cattolico, non possiamo guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non vedere la trave nel nostro.

La trave nel nostro occhio in questo caso è che lo slogan #blacklivesmatter è di per sé discriminante ai limiti del razzismo di ritorno.

Potrebbero sollevarsi di contro i pellerossa, gli asiatici e tutte le minoranze che in mille modi subiscono ogni tipo di ingiustizia, vessazione e violenza.

Da qui il primo passo verso un mondo migliore potrebbe farsi nell’ottica del “Non conta nessuna vita se non contano tutte allo stesso modo”.

Ma sappiamo che il genere umano vive in un mondo di aut\aut. Di opposizione. Di continua lotta verso “l’altro” pur di definirsi. Ed anche stavolta non è da meno.

Ci si sceglie con chi schierarsi, per cosa e se ne vale la pena o meno. E queste non sono scelte difficili.

Chiunque si sarebbe sollevato contro quello specifico poliziotto, indipendente da chiunque avesse avuto la testa sotto al suo ginocchio.

Ma da questo a smantellare un sistema di polizia ce ne passa. Però l’uomo è così. Prendiamo un’organizzazione mastodontica di cui no funziona qualcosa e che facciamo? Esatto. Quanto detto sopra. Lavoriamo per esclusione. Via tutto.

Certo, è più facile che ripensare a cosa c’è di sbagliato e modificarlo (col tempo e con le politiche corrette).

Inoltre così facendo non ce ne se assume la responsabilità.

“Io ho detto di rifare tutto daccapo e se poi loro non sono stati in grado la colpa non è mia”

La deresponsabilizzazione come stile di vita. Senz’altro apporta più leggerezza che assumersi l’onere di dare delle idee, modificare, piegare e plasmare dei comportamenti e delle vite.

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Meglio me che te

Noi siamo quelli del tutto e subito. Del pacco Amazon da ricevere con Prime il giorno dopo. Degli onori senza gli oneri. Sì certo, abbiamo dei diritti, dei doveri chi se ne frega.

Kennedy disse: “Non chiedere cosa può fare il tuo paese per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese”, ed infatti ha fatto una brutta fine.

Sì perché quando si vince lo si fa tutti insieme, ma quando si perde si è soli e a noi questo non piace.

Non ci piace essere perdenti perché perdente è uguale a brutto che è uguale a povero che è uguale a sfigato che è uguale a solo. E noi siamo sempre i migliori. I peggiori sono gli altri.

Noi abbiamo la nostra coperta che ci tiene al calduccio per cui facciamo il broncio solo quando ci restano un po’ scoperti i piedi, il che ci fa alterare leggermente, ma senza troppa convinzione.

Come si dice: meglio a lui che a me. Ci hai fatto caso? Di nuovo quella distinzione noi\altri.

Siamo quelli che condannano giustamente certi comportamenti, ma che poi invocano la pena di morte per altri.

Siamo quelli che vanno in chiesa a pregare, ma poi pensano che chi viene a casa nostra si deve adeguare.

Ti starai chiedendo questo cosa ha a che fare con il resto.

Beh te lo dico subito: è la genesi.

Finché non ci metteremo in testa che non esiste l’altro, ma che siamo solo e sempre noi; finché non capiremo che diverso non è sinonimo di pericolo; finché non ci staccheremo da questa visione etnocentrica del mondo che ci vede sempre come i migliori che devono spiegare al resto del mondo come funzionano le cose, saremo noi tutti quelli col ginocchio in testa alle minoranze.

E lo saremo finché andremo con i nostri eserciti a catechizzare altre popolazioni.

Lo saremo quando continueremo ad esportare quello che è il nostro modello di successo con la forza.

Ma sai com’è, in fondo siamo figli della storia e se non ti vergogni di volerci pensare bene su, quello che sta capitando, anche se non dovrebbe, non è poi così sconcertante se visto da un punto di vista appena più distante.

Il nuovo continente si sa, è figlio del vecchio, ma non si può di certo parlare di un figliol prodigo.

Erano allontanati dall’Europa tutti gli elementi ritenuti “problematici” per la stabilità del sistema che si andava creando e già questo è un indizio di cui non possiamo fare finta che non esista.

Aggiungiamoci il colonialismo, la schiavitù e le condizioni in cui erano costrette a vivere le persone di colore fino a non poco tempo fa e forse il quadro inizia a diventare un po’ più nitido.

Certo sarebbe riduttivo credere che certe cose accadano solo in America.

Ne sanno qualcosa anche in Francia tanto per fare un esempio che possiamo sentire più nostro, ma non è lo smantellamento la soluzione.

Serve un cambiamento che passi attraverso interventi strutturali

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Ciò che si porta alle cronache sono i risultati di politiche di circostanza che, volendo far leva sui sentimentalismi delle persone, hanno solo provveduto a mettere pezze e rattoppi a situazioni non più sostenibili, senza una visione d’insieme che guardasse alle sfide del futuro.

Abbiamo finito ieri di googlare il riscatto di Silvia Romano, che tanto aveva indignato gli italiani, e dopodomani avremo smesso di googlare anche George Floyd.

Senza contare che ci interessa qualcosa finché accade sul nostro suolo o, in via comunque nettamente minore, sul suolo di un paese alleato e civilizzato come il nostro.

Finché ne parlano giornali, telegiornali, Google notizie, meme sui social, allora siamo tutti sul pezzo. Dopodiché tanti saluti.

E questa vorrei tanto che fosse solo una mia opinione, ma invece:

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Serve un cambiamento e l’unica cosa che è rimasta immutata finora è proprio che niente è cambiato da anni a questa parte.

Siamo rimasti a guardare, fino a quando continueremo a farlo?

Fabio.