Il caso Silvia Romano: perché ti interessa tanto?

caso silvia romano

La vicenda di Silvia Romano ultimamente ha scosso l’opinione pubblica in questo periodo di meltin pot di emozioni e nervi a fior di pelle, per cui ogni nuova comunicazione che sentiamo non è nelle nostre corde o non rappresenta quella che vogliamo sentirci dire.

Quelli che benpensano

La vicenda è consistita nel rientro a casa di una nostra connazionale, rimasta prigioniera in territori che non ti vengono proprio in mente per primi quando pensi ad un luogo in cui vorresti andare non appena riapriranno i voli.

Ora l’analisi della questione potrebbe essere affrontata sotto parecchi punti di vista, ma quello che ci contraddistingue qui a Pensieri Scomodi è proprio il fatto che l’analisi vada fatta e che non ce ne se può esimere.

Bisogna avere una propria idea della questione, anche a costo di risultare impopolari perché ormai il mondo va così: tutto è collegato e ci riguarda anche se noi pensiamo che sia diversamente.

Lungi da noi l’intenzione di fare politica o di schierarci fra il giusto e lo sbagliato.

La cassa di risonanza dell’accaduto non ci ha lasciato indifferenti e con quella sana o scomoda curiosità proviamo allora a leggere insieme i fatti ed esprimere una pura e semplice relazione di valore.

La verità? Dove sta la verità?

caso silvia romano

Silvia Romano parte per una missione umanitaria ormai un paio di anni fa in una zona dell’Africa che è dimenticata dal mondo intero salvo nelle occasioni in cui questi eventi non la pongono alla ribalta dei riflettori.

La sua è una scelta che nessuno la obbliga a fare e di certo potrebbe anche trattarsi di qualcosa di cui lei stessa non si rende minimante conto. I rischi quando si tratta di frequentare alcune regioni del mondo non sono sconosciuti né tantomeno trascurabili.

Ma tutti noi siamo divisi fra pessimisti e ottimisti e sempre sarà così. Tra chi vede del bene in ogni cosa, e chi vede del male in ogni cosa. C’è chi avrà ragione per chi la pensa come lui e viceversa, ma il bello è che tutto è e sarà sempre relativo.

Allora al di là del giudizio che chiuso in camera o comodo sul divano tu possa dare riguardo il partire o meno, potresti pensare che ci siano dietro altri interessi. Tanto ormai tutto è dettato dalla dietrologia.

Dal chissà che cosa ci è andata “veramente” a fare laggiù e dall’odore di complotto che siamo bravi a notare in qualsiasi gesto.

C’erano altri interessi quando altre ragazze, tenute imprigionate tempo fa, commerciavano datteri con la scusa dell’ONG, e c’era quando alcuni contractors italiani furono beccati a sfruttare la prostituzione locale.

Altre ONG trafficano con gli immigrati.

La chiesa non aiuta i più poveri pur avendo casse piene d’oro oppure Benedetto lascia il lavoro in tempi in cui non si trova un impiego manco più nei campi a raccogliere i pomodori.

Come vedi, la teoria del “La so io la verità” è valida da qualsiasi lato la si voglia guardare.

Forse è così, forse no o forse entrambe. Sì perché continuiamo ad insistere in questa forzata ambivalenza nonostante tutto ormai spinga verso una direzione che dovrebbe farci ricredere sulla validità del paradigma dell’aut\aut.

Potrebbe essere che lei “ci abbia provato” o potrebbe essere che sia rimasta davvero vittima di un sequestro, ma che poi le cose abbiano avuto un’evoluzione diversa da quella che è una reazione lineare degli eventi: faccio questo, succede quello, fine.

Questo nella realtà non accade mai, a favore di una cosiddetta causalità circolar: faccio questo, succede quello, quindi io poi faccio quest’altro, allora succede quell’altro, e via così in una continuità senza fine.

No, non è concepito, la chiacchiera da bar è la classica che lascia intendere che lei sapesse cosa stava facendo.

Se fosse stato così, potremmo essere allora tutti d’accordo con la procedura standard americana per questo tipo di vicende.

Facciamo come gli americani!

caso silvia romano

Semplificando al massimo, la procedura standard americana funziona più o meno così:

  1. Voglio andare lì dove però gli US reputano che sia pericoloso per la mia incolumità.
  2. Mi avvisano della cosa, ma io insisto che voglio andare.
  3. Per loro non c’è problema solo che prima metti una firma qui. Cos’è? Un sollevamento di responsabilità del governo che, nonostante ti abbia avvisato, non può limitare quel tanto invocato principio a circolare liberamente. E perché devo firmarlo?
  4. Così se ti succede qualcosa io non sono obbligato a venirti a recuperare con qualsiasi mezzo (riscatto, forza fisica, uso di intelligence, ecc.)
  5. Eh no così no! Bene, allora resta dove sei o vai da un’altra parte.

Sarebbe meglio così? Non lo so, e non ho le competenze per dare un parere, ma ho invece conoscenza sufficiente per dire che in realtà tirare fuori qualcuno da certi teatri non è quello che si può ricondurre ad un film di James Bond.

E qui il paradosso si presenta. Quello che si trova in pericolo nel paese sperduto ed invoca aiuto è la stessa persona che in realtà non vuole interventi militari, di intelligence o qualunque tipo di coinvolgimento con cartelli di trafficanti di persone, armi, droga o altro. Buffo, non credi?

Tradotto in italiano: il figlio del celerino che va scrivendo sui muri ACAB. Più causalità circolare di questa.

Insomma, ciò che spendiamo nel riportare a casa i connazionali finiti nei guai non è riconducibile al solo importo economico sborsato.

Richiede dispiegamento di forze inimmaginabili che non avranno mai il riconoscimento che meritano per aver salvato anche solo una singola vita umana.

Allora deciditi, prima gli italiani o no? Se sì è sempre sì, se no è sempre no.

La nostra profonda incoerenza

Ho capito, contesti il fatto che è partita Silvia Romano ed è tornata Aisha.

Quindi è importante il nome che deve essere italiano, anche se poi chiami tuo figlio Kevin o Sharon. O forse sbaglio, ti importa che sia partita cristiana e tornata islamica. Perché un italiano è cristiano cattolico. Perché abbiamo il Papa ed il crocifisso nelle scuole.

Però la chiesa non paga l’ICI. E tu a messa non vai, oppure vai, ma bestemmi. No tu non bestemmi, però appena ti si presenta l’occasione freghi il prossimo.

Dunque ricapitolando: parte Silvia, cristiana e torna Aisha, musulmana.

Oltre il danno la beffa, vuole ripartire appena le verrà data occasione di farlo. Che strano che qualcuno voglia fare della propria vita quello che vuole. Certo, ha la sindrome di Stoccolma. Certo, è incinta.

Mi viene da pensare che se l’avessimo “pagata” meno forse sarebbe andata meglio. Avremmo fatto un affare. Eccolo il punto: quanto ci è costata! E poi chissà con quei soldi adesso cosa ci faranno!

Non vivere così

Rifletti. La questione è che ci spaventa l’altro, il diverso, quello che non è come te. Che si chiami come si chiami e che venga da dove venga. Abbiamo bisogno di qualcuno contro cui puntare il dito per poterci distinguere e per poter affermare che io non sono come lui.

Un consiglio che posso darti è quello di non vivere così.

Rischi di correre due pericoli:

  • Quello di sapere sempre cosa non sei e di non sapere cosa sei
  • Quello di non avere nemmeno più qualcosa che ti distingua non appena non riuscirai più a trovare “l’altro”.

La tua istruzione è costata meno di quel riscatto, ma sta a te farla valere di più.

Fabio.

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